Guerra o... Arte

Era dal libro scolastico di geografia che avevamo appreso che l’URSS era considerata nazione eurasiatica, cioè per una parte europea (potremmo dire fino agli Urali) e dall’altra asiatica: la commistione e convivenza pacifica tra le due grandi tradizioni culturali ce la faceva apparire di grande fascino, potendo offrire la migliore sintesi delle due millenarie culture.

Una volta sciolta l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da cui rimaneva la Russia, sembrava che l’identità europea di parte di essa prendesse il sopravvento anche per la crescente frequentazioni di tanti russi non solo delle nostre capitali e città d’arte europee ma anche dei luoghi di bellezza naturale marini e montani dove addirittura investivano somme cospicue di denaro per acquisti immobiliari, favorendo lo sviluppo dei rapporti umani con noi europei; e questo, da una ventina d’anni a questa parte, piu’ o meno dall’insediamento di Putin. È indiscutibile che di tutto ciò la nostra nazione se ne sia giovata non poco ed i russi siano stati ben presto considerati fra i migliori turisti/investitori che il nostro paese potesse accogliere.

Difficile non legare questo tipo di indiscutibile vantaggio economico e finanziario al fatto che noi come tutta l’Europa, di fronte a cio’ che si stava perpretando in Ucraina, da circa dieci anni, e cioè una vera e propria guerra interna, ci siamo voltati dall’altra parte ignorando il bubbone che sarebbe prima o poi scoppiato per il contrasto violento ed insanabile tra le regioni del Donbass e Kiev: ne ho avuto diretta testimonianza già sei anni or sono dalla badante di mia madre che era del Donbass, il cui figlio, chirurgo, passava dalla sala operatoria ad imbracciare le armi per uscire a combattere. E lei mi raccontava con prove alla mano che loro erano e si sentivano russi a tutti gli effetti, ivi compresa la lingua, ma che cio’ non era assolutamente accettato dal governo di Kiev che li contrastava e combatteva.

 

Bruno De Simone

In questo stato di cose, per Putin non vi sarebbe potuto essere momento migliore di questo, percependo lo sfinimento degli Stati dopo la lunga lotta alla pandemia per decidere di calare la maschera e con spietato calcolo e cinismo: facendo finta di accogliere l’appello dei russi-ucraini del Donbass, ha deciso di invadere l’Ucraina con un piano militare studiato da anni nei minimi particolari, proprio mentre accoglieva a Mosca tutti i capi di Stato.

I più grandi storici e filosofi sono concordi nell’affermare che quando vi sia un dissidio anche grave la colpa di questo non sia mai da attribuire ad una sola parte: e purtroppo, il governo di Kiev non ha mai esitato nell’esternare il suo odio o addirittura minacce non solo verso il Donbass ma anche verso la stessa Russia; ciò detto, è chiaro che quando uno dei contendenti imbracci le armi per difendere le proprie presunte ragioni passerebbe automaticamente dalla parte del torto.

Come è successo nella pandemia anche in occasione di questa drammatica guerra si assiste ad un’attività divisiva per cio’ che attiene le nostre opinioni: ci sono gli interventisti contro i pacifisti, gli iperprudenti contro i temerari, e così via.

La questione delle armi da offrire all’Ucraina è molto controversa e dibattuta, anche a causa di una unità europea ancora oggi molto sofferta e sostanzialemente teorica. E, cosa non da poco, se si pensa che dall’iniziale numero di quattordici stati si sia passati a trenta, l’auspicata visione unitaria di ogni decisione rischia di essere una chimera. Da troppo tempo si invoca invano una politica europea unitaria, economica, fiscale, militare ed il ritardo di questo traguardo oggi si fa sentire: ci sono nazioni dell’UE che sembra non battino ciglio alcuno, in particolare nell’area occidentale.

L’Ucraina non è una potenza militare e la sua migliore arma è costituita dal grande coraggio della popolazione e del suo Presidente; il problema è che davanti al secondo esercito più forte del mondo (comprese aviazione e flotta) anche il 90% degli stati dell’orbe terracqueo soccomberebbero: andare ad arricchire l’arsenale ucraino, per altro, con armi leggere non fa altro che prolungare l’agonia di poveri soldati o combattenti volontari oltre alle atroci sofferenze dei civili, donne e bambini che subirebbero le famigerate truppe russe e ciò che ne consegue.

Del resto, comprendere come da un lato la NATO invochi una politica di pace, foraggiando nel contempo con le armi uno dei due contendenti, anche se quello bisognoso, contraddicendo i suoi sforzi pacifisti: dopo le giuste e tremende sanzioni inflitte alla Russia anche un apporto sia pure indiretto di materiale bellico potrebbe buttare benzina sul fuoco ed anche legittimare le pretese del Presidente Zelenski di richiedere un intervento attivo dell’Alleanza con la no fly zone che porterebbe ad un allargamento automatico del conflitto con effetti devastanti.

Pienamente condivisibile sarebbe che le necessarie istanze di pace dovessero essere portate avanti e proposte da una figura di mediatore tanto carismatica quanto di universale considerazione: ma purtroppo, al momento, non se ne intravede l’esistenza nell’ambito dei paesi occidentali, Stati Uniti compresi. È per questo che il nome della Merkel riecheggia in taluni, perché senza dubbio sarebbe la figura piu’ appropriata ad essere investita dell’oneroso e delicato incarico.

E nell’ambito culturale, come in quello economico, le ripercussioni sono altrettanto negative schierando sempre più minacciosamente i buonisti con i non…

Il confronto si espleta in particolare sul giudizio di prese di distanze fino ad esclucioni di artisti russi da parte di istituzioni teatrali che li stanno mettendo al bando senza tentennamenti. In qualche testata si legge di russofobia: il sottoscritto, certo di essere in numerosa compagnia, contrapporrebbe l’eurofobia, termine ben piu’ appropriato che si addice a quei russi che, oltre ad essersi proclamati sfacciatamente amici di Putin, ne decantavano la sua integrità morale, difendendo l’occupazione del suo esercito di una nazione democratica e paraeuropea, il cui presidente sarebbe stato eletto liberamente dal popolo: e costui non è una immarcescibile figura di satrapo. Se tra questi russi rientrino artisti di chiara fama riconoscibili e stimati in tutto il mondo ancor più gravi risultano le loro esternazioni deludendo chi si sarebbe atteso opportuna se non doverosa distanza dichiarata dall’ignobile scelta bellica: l’Arte e la cultura ne restano gravemente feriti e danneggiati da figure di riconosciuto valore artistico avrebbero a maggior ragione il dovere etico di prendere le dovute distanze dal loro presidente ed anziché condannare pubblicamente l’aggressione dell’Ucraina e le migliaia di morti che questa sta procurando essi “artisti” assumono atteggiamenti ambigui ed equivoci. E a nulla valgono le esternazioni di chi evochi casi del secolo scorso, Puccini ed il fascismo o Furtwängler ed il nazismo: sarebbe passato quasi un secolo dall’ultimo conflitto e guerre in Europa centrale non ve ne sarebbero mai state finora, senza contare che il mondo sarebbe anche andato avanti.

Vano sforzo è anche quello di proclamare l’assoluta estraneità dell’arte dalla politica: chi scrive è un crociano convinto, come visione di quest’argomento (Aesthetica in nuce…) ma qui è da richiamare l’etica che dalla politica è sempre piu’ distante ed il suo maggior sostenitore, Platone, affermava che non possa ammettere ambiguità di comodo, nell’assoluto rispetto di se stessi e del prossimo: “È il bello che salverà il mondo”!

Il mondo della cultura ed in particolare quello dell’opera è già in profonda crisi, sia economica che morale: non possiamo far finta di nulla davanti ad una tragedia secolare che è questa guerra che chirurgicamente si è fatta seguire subito all’altra, quella della pandemia. Gli artisti russi, nonché gli uomini di quella cultura, devono trovare il coraggio di far sentire energicamente la loro voce di dissenso unendosi alle migliaia di scienziati di uguale etnia che, senza batter ciglio, lo hanno fatto, così come altre categorie di professionisti coesi.

E se può risultare esagerato che qualche teatro cancelli un contratto ad un artista russo basterebbe pensare che questo è un doveroso tentativo di rompere quella pericolosa e dannosa omertà che è alla base rapporti pseudoamichevoli o di comodo, e per evitare soprattutto che cio’ possa anche solo lontanamente servire da scudo “etico” di solidarietà e sostegno al satrapo di Mosca. Ultima riflessione che mi sento di fare è che il “Nuovo Ordine Mondiale” evocato da alcuni in piena pandemia probabilmente non era frutto di bieco complottismo o frutto di megafake e, a cominiciare dal sottoscritto, sarebbe stato degno di maggiore analisi, per esaminarne la veridicità e la fondatezza su cui poggiava. 

È l’ennesima dimostrazione che il pensiero non ha nulla a che fare con la scienza esatta, la matematica, e che è sempre degno di valutazione: e questo è anche la sua forza!

Bruno De Simone

"Volto della Guerra" di Salvador Dalì
Articolo pubblicato su L’APEMUSICALE – Rivista di musica, arti, cultura